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Ringraziamo Marino Cervone d'Urso per questi suggestivi appunti sull'Angola:

Angola

Di fronte al deserto



Un'aquila si libra nel cielo; volteggia a lungo sospinta dalle correnti ascensionali scomparendo oltre una collina..
Il mondo e` laggiu`, lontano, con le sue rughe e con gli uomini tanto piccoli che si muovono come formiche. E ci sono gli alberi, gli uccelli, le belve, e tutto e` tanto armonico e bello.
Parto dal confine namibiano verso l'interno dell'Angola, seguito dalle due Land Rover degli amici sud -africani.
Nostra prima tappa e` Cahama, a meta` strada fra la frontiera namibiana e la cittadina di Lubango, capitale della provincia di Huila, sull'altopiano angolano.
Siamo ospiti di Iaco Kruger, nipote del fondatore dell'omonimo parco-riserva, che ha trasformato una "fazenda" di 5.000 ettari in sede ufficiale delle sue operazioni logistiche per conto della compagnia di diamanti "Diamonds Work", nonche` sua residenza personale. Esotiche capanne, fiori, cavalli, mucche e capre, circondano il suo quartier generale.
Appena dopo il tramonto un gran fuoco viene acceso in mezzo alle capanne su cui viene arrostita della carne. Guardo i miei amici sud-africani seduti in circolo attorno al fuoco. Il cielo e` trapuntato di stelle. Al riverbero delle fiamme le loro ombre sembrano come quelle dei primi pionieri boeri : la stessa cornice, lo stesso alito di vita!
Il tempo non e` passato. Il futuro, il presente, il passato, sono costruzioni umane. Il tempo non e` altro che un fluttuare continuo di vita a testimonianza di una nostra appartenenza al mondo nel suo eterno mutare.
Iaco, entusiasmato dalla nostra presenza e da qualche bicchiere in piu` di birra, tiene cattedra. I ricordi si mischiano alle speranze. La conversazione e` spesso interrotta da un coro di risate. Siamo cosi` lontano dalla civilta` dei consumi………, eppure ci sentiamo tanto ricchi. Il nostro cuore e` cosi` colmo di sentimenti, impressioni, pensieri, che si ripercuotono dentro, che esalano fuori espandendosi nell'aria della notte accompagnandosi al vento prima di perdersi nel cielo!
* * * *

Una foglia si stacca da un albero,
Odeggia pigra nell'aria
Per posarsi lungo un pendio,
Ai piedi di una roccia.

Ci troviamo nel villaggio di Bata Bata, alle spalle del massiccio della Leba, al termine di una pista sassosa che si snoda fra la boscaglia fino ad un villaggio di pastori mucambu.
Mi presento al soba , o capo-villaggio, chiedendo la sua protezione. Un nugolo di bambini mi segue. Le donne rimangono sulla soglia delle loro capanne spiando le nostre mosse.
Ci accampiamo quindi disponendo le Land Rover ed i rispettivi rimorchi in quadrato in modo che, in caso di pericolo, ci si possa assicurare una mutua difesa, secondo la tradizione piu` antica boera. Anche qui viene acceso nel centro del quadrato che, in ciascuna tappa della nostra spedizione, costituira` il nostro focolare domestico.
Dopo cena arriva fino a noi una musica lamentosa accompagnata dal suono ritmico di tamburi. La musica va e viene, con maggiore o minore nitidezza secondo l'intensita` del vento.
La luna non e` ancora sorta all'orizzonte. Timpie ed io ci avventuriamo nella notte verso quel suono che sembra tanto vicino e misterioso. Proviamo ad avvicinarci ad esso aprendoci la strada fra cespugli, sassi e rocce, al lume di una torcia elettrica. Il suono dei tamburi sembra irragiungibile.
Infine attraversiamo un ruscello e, dopo aver seguito un sentiero impervio, ci troviamo improvvisamente davanti ad uno spiazzo davanti al quale c'e` un gruppo di bambini che canta e balla al suono di tamburi emettendo a tratti delle grida rauche.
Io e Tiempie ci stringiamo nelle spalle, sorpresi che fra quelle colline sperdute, in quell'oscurita` profonda, esista gente che inneggia alla vita, che vibra come qualsiasi altro mortale, manifestando a suo modo la propria speranza e gioia di vivere.
Dopo qualche istante prendiamo la via del ritorno. Quando raggiungiamo l'accampamento, tutto e` silenzio. Il fuoco e` ormai spento. Soltanto due carboni fiammeggiano fra la cenere lanciando pallidi bagliori. Da lontano riecheggia incessante il ritmo dei tamburi.
* * * *

Il sole ci sveglia al mattino in tutto il suo fulgore. Dall'alto del massiccio della Leba, a 1.600 mt. di altitudine, si apre una voragine che sprofonda fra rocce e dirupi, cascate e laghetti, fino a soli 200 mt. d'altezza dal livello del mare. Una fitta vegetazione ricopre questo strapiombo che, nella sua parte piu` scoscesa, lascia nuda una parete di roccia di almeno 500 mt., striata di varie tonalita` di verde, rosso, bianco. Sembra una profonda ferita inferta al cuore della montagna.
In soli quaranta minuti abbiamo l'impressione di essere paracadutati in un altro mondo: dai baobab che rivestono le vette piu` alte, dagli alberi ed arbusti che coprono le mille rughe e creste di rocce che delimitano gli strapiombi, si scende rapidamente fino ad una pianura semidesertica di colore giallastro da cui spuntano delle colline di roccia a forma piramidale, aventi l'apparenza di copricapo di mandarini cinesi.
Ancora un'ora di marcia e, dopo un rapido rifornimento di carburante nella citta` di Namibe, ci addentriamo gradualmente nel deserto al pari di un cammelliere beduino che dirige la propria cavalcatura verso alcune dune lontane dietro le quali si nasconde la sua oasi di vita!
Man mano i sassi danno il posto ad un leggero strato di sabbia che si ricopre di un'erba fine, i cui esili steli portano all'estremita` dei ciuffi di semi bianchi .
Immense praterie si spalancano ben presto davanti ai nostri occhi in successione insinuandosi fra delle montagne, che al tramonto proiettano le loro ombre su un oceano bianco di erba ondeggiante al vento.
In quella vastita` l'universo sembra fermo, scolpito come al tempo della sua creazione. Non molto lontano degli struzzi pascolano tranquillamente sollevando di tanto in tanto il capo per osservare gli intrusi. Un gruppo di gazzelle attraversa ad un tratto la pista dirigendosi a gran velocita` verso un letto secco di fiume.
La terra riarsa fa sentire la voce del nostro passaggio e dalle sue viscere scaturisce l'affanno, l'ansia, la gioia prorompente di vivere.

* * * * *

Ci accampiamo ai piedi di un ammasso di rocce di varie dimensioni e forme, erose dal vento, alcune delle quali arrivano a misurare anche dieci metri di altezza, disposte in bilico una sull'altra come tante uova in un cesto di vimini.
L'intera prateria e` disseminata di queste montagnole che danno al paesaggio un aspetto lunare. Alla sera, seduti attorno al fuoco, ascoltiamo il brontolio dello sciacallo che si avvicina all'accampamento, richiamato dal profumo emanato dalla carne sulla brace. Tiempie, entusiasta dell'esperienza angolana, inneggia all'hotel naturale che ci ospita affermando che il suo livello e` comparabile a quello di un albergo di milioni di stelle. Deon, l'altro amico sud-africano, e` occupato ad arrostire la carne ed alcune cipolle sul fuoco. Il profumo del cibo si espande nell'aria assieme alle onde della musica italiana che la moglie di Tiempie, Koba, si e` premurata di farci ascoltare. I pipistrelli approfittano dei moscerini attratti dalle luci dell'accampamento per partecipare al banchetto volteggiando pericolosamente …fra le nostre teste e le Land Rovers.
* * * * * * * *

Un granello di sabbia,
Polvere in cielo,
Una pietra nel mondo,
In un vasto deserto
Un fiore.
Dalla sommita` di una montagnola di roccia viva scorgo il nostro accampamento ai piedi di alcuni massi enormi di color ruggine. Solo alcune piante spuntano fra le rocce.
Su questa pianura che si estende a perdita d'occhio , coperta dell'erba dai ciuffi bianchi, o " dalla breve vita " come e` chiamata dagli indigeni, risaltano le macchie verdi dei cespugli i cui rami si aprono a raggera per captare il piu` possibile l'umidita` dell'aria.
Un uccellino di colore bianco e nero si posa vicino guardandomi con curiosita`. Una farfalla si stacca da uno stelo per volare verso il basso. Il resto del mondo sembra cosi` lontano!
* * * * * * * *

Ci troviamo ormai in pieno deserto. I pneumatici delle Land Rover affondano in una soffice coltre di sabbia. Sono costretto a sgonfiare parzialmente le gomme per poter proseguire. Anche Tiempie incontra ben presto delle difficolta` e deve chiedere l'aiuto di Deon per uscirne fuori. Due oryx osservano da lontano le nostre mosse.
Tutto e` immenso, distante e comunque cosi` vicino! Le nostre orme si perdono su quelle dune lasciandosi dietro il sibilante bisbiglio della sabbia che il vento smuove a raffica.
Sul calare della sera la casermetta della polizia di frontiera angolana spunta per incanto dalle dune come un castello scozzese da un mare di nuvole, avvolta in un'atmofera irreale a causa di una fitta nebbia che il vento rabbioso dell'oceano sospinge verso la costa . Siamo finalmente alla foce del rio Cunene!
Proseguiamo per una trentina di chilometri verso nord, parallelamente all'oceano, in direzione della Baia delle Tigri, prima di accamparci in un leggero avvallamento del deserto disponendo le auto a stretto contatto una dell'altra, in modo da far da muro alla violenza del vento.
Il fuoco acceso fra le Land Rover non puo` essere piu` propizio. In una notte cosi` oscura, battuta dal vento, avvolta in una cappa di nebbia, il nostro "quadrato" rappresenta un puntino di calore e luce. Il riverbero tremulo delle fiamme si proietta sui nostri volti facendo risaltare le rughe. Siamo soli in mezzo ad un oceano di sabbia . Su quella distesa senza fine, appena scalfita dai pneumatici delle Land Rover, l' anima si purifica e sussulta nel suo slancio verso l'Infinito!
* * * * * * * * * *

La notte nel sibilar del vento
Sussulta riecheggiando
In una immensita` senza fine.
I pensieri cadono inerti
Come i propri corpi
Fra le dune di sabbia
Nell' attesa di riprender forma
nel piu` radioso domani.

Allorche` il carro del sole raggiunge l'orizzonte, facciamo capolino dalle nostre tende al pari dei granchi che sbucan fuori dalla sabbia ad ogni infrangersi d'onda . Davanti ai nostri occhi si presenta uno spettacolo di una grandiosita` impressionante. La nebbia e` ormai dissipata e soffia soltanto una leggera brezza. L'azzurro terso del cielo contrasta con le dune gialle del deserto e con l'azzurro cupo dell'oceano che s'infrange con impeto sulla spiaggia in un mare di schiuma.
Ci dirigiamo verso nord nella speranza di raggiungere la Baia delle Tigri. Migliaia di granchi fuoriescono a frotte da minuscoli crateri di sabbia tingendo di rosa la spiaggia che sembra muoversi davanti a noi come un " tapit roulant ". Degli sciacalli, intenti a sgranocchiare i molluschi sulla riva del mare, si mettono in fuga gareggiando con le notre Land Rover in velocita`. Sembra che i cani rinselvatichiti della Baia dos Tigres abbiano appreso da essi a sopravvivere nutrendosi di pesci e granchi.
Lingue di sabbia si inseriscono nell'oceano parallelamente una all'altra. All'orizzonte mare e cielo si confondono avvolti in una leggera nebbia. Il nostro GPS segnala la nostra posizione che dovrebbe essere gia` 8 km. in pieno oceano rispetto a quanto indicato da una vecchia mappa portoghese. La guida del parco ignora la direzione di marcia per cui non siamo in grado di sapere se la Baia dos Tigres e` ancora effettivamente collegata alla terra ferma o meno.
Decidiamo quindi di lasciare insoluto l'arcano. La Baia dos Tigres, estrema tappa del nostro viaggio, rimarra` per sempre avvolta nel mistero. Invertiamo la rotta dirigendoci nuovamente verso la foce del rio Cunene. Dalle brume dell'isola misteriosa passiamo alle dune soleggiate del deserto. Rocce di granito rosa raffioranti fra la sabbia segnano la vecchia pista costruita dai portoghesi per collegare la foce del rio Cunene alla Baia dos Tigres.
Differentemente dal giorno precedente, alla luce del sole la sgangherata casermetta della polizia angolana assume il suo aspetto reale: una costruzione bassa e misera con finestre prive di vetri e tetto cadente, da cui si domina il rio Cunene che in quel punto forma un'ampia ansa.. La bandiera della repubblica d'Angola sventola in alto sullo sfondo delle altissime dune emergenti da oltre il confine namibiano.
Soltanto un soldato si trova di guardia davanti alla stazione di polizia, occupato a seccare il frutto della pesca del giorno precedente. I suoi commilitoni sono andati tutti a pescare. Il vecchio stemma portoghese della polizia di sicurezza pubblica, dipinto di nero sul muro bianco della casermetta, giganteggia rispetto rispetto a quello sbiadito della repubblica d'Angola.
La storia degli uomini lascia sempre il suo segno. In quel punto il fiume forma un'ampia ansa che passa gorgogliando fra rocce e giunghi.. " Panta rei ", tutto scorre , come quelle dune battute dal vento, come i pensieri, come i nostri passi che la sabbia ricopre. Dei flamengos si levano lentamente in volo dalla riva angolana del fiume per posarsi sulla sponda opposta.

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